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PENSIERI MIGRANTI

  • Writer: bousso benussi thioune
    bousso benussi thioune
  • Feb 21, 2021
  • 2 min read

Sono una migrante.


Restare sé stessa è una prova di coraggio di questi tempi.

Non è sempre facile essere una donna nera italiana.

Amo il mio paese natio, ne amo la gente, anche quella che mi vede come un’incognita.

Ne amo il cuore.

Spero che batta anche per me, che sono lontana, figlia fuggita.

Dovunque io vada, porto con me l'Italia.

Partire da casa ha aperto ferite laddove mi credevo corazzata.

Appropriarmi la mia esperienza di migrazione ha richiesto pazienza, resilienza, sfacciataggine e determinazione.

È una sfida dire ad alta voce quello che sono e non lasciar correre lo stereotipo di coloro che mi vedono senza vedermi, piegandomi ad un’etichetta che non mi corrisponde.

Quando si parla di migranti si pensa immediatamente a coloro che devono partire da casa senza speranza, scappando, verso un percorso pieno di ostacoli e fatto di lotta continua.

Da posizione privilegiata, chi invece se ne va per studio, lavoro o anche amore, non si considera migrante.

Eppure il movimento c’è.

Ciò che differenzia le due categorie sono solo il passaporto con cui si parte e la pelle che lo porta.

In quanto donna nera, non solo non sono considerata italiana in Italia, ma vengo continuamente rimandata a paesi che mi sono sconosciuti.

Ho la fortuna di avere dimestichezza con le lingue, di riuscire a domarle, a farle mie.

Conoscere la lingua quando si è migranti è un privilegio.

Ne sono cosciente.

Ci libera dall’invisibilità, dal silenzio e dalla paura.

Abbiamo una voce. Quindi esistiamo.

Nel mio caso però il mio accento e la mia faccia non combaciano.

Le persone non comprendono e iniziano un gioco di indovinelli “da dove vieni? Da....” e parte la lista di tutti i paesi dell’Africa Nera che hanno in mente.

Di fronte alla mia risposta, che ormai dico quasi con provocazione “sono italiana” le reazioni più rappresentative sono un sorriso cordiale e immobile o meglio, un incredulo “ma veramente?”.

Ho dovuto imparare la Francia e i/le francesi. Ho dovuto conoscerli e farmi accettare, integrarmi, come si dice tanto in questi tempi.

Ho dovuto spiegarmi e rivelarmi, donare del mio essere poco a poco, rassicurare sulle mie intenzioni, essere una “buona immigrata”.

Diventare come loro o almeno provarci.

Poi ho capito. Non serve a nulla, se non a perdersi.

Sono una migrante.

Sono privilegiata in molti sensi.


Pian piano mi sono abituata, ho imparato a rispondere, a reagire o a lasciar stare perché a volte l’energia viene a mancare.


Ho imparato a rimanere me stessa

a raccontare la mia storia

a riappropriarmi le mie origini.


Sono una migrante.

 
 
 
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