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GENERAZIONE 1


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Sono italiana.

Sono nera (si può dire, non è un insulto).

Penso che sia un fatto a questo punto compreso da tutti, sono una donna.

La Trinità che mi definisce è molto caratteristica.

Oggi vivo, lavoro e ho creato famiglia in Francia, dove tutti mi accarezzano con uno sguardo compassionevole quando rivelo il mio paese natio “Oh, gli italiani sono cosi razzisti!” - parlano i campioni dello sciovinismo – e si pavoneggiano della loro società all’avanguardia, regina dell’Accoglienza e dell’Integrazione (cancellatemi questa parola dal vocabolario, ve ne prego), focolaio dei Diritti Umani, Premio Nobel della diversità.

Ovviamente tutto questo me lo dicono dopo aver a malapena nascosto la sorpresa nello scoprire la mia nazionalità.


Queste sono le persone educate, perché poi c’è tutta la marmaglia che marca un momento di silenzio allibito, insiste chiedendomi da dove vengo veramente, accenna con un sorriso sarcastico “si, come no...”.

Non voglio difendere il razzismo né giustificarlo; mi è stato necessario cercare di analizzarlo, capirlo, per poterlo sopportare (prima); attaccare e smantellare nel quotidiano (ora). 

L'Italia è in ritardo.


L’immigrazione africana - in particolare sub-sahariana - è un fenomeno estremamente recente e ridotto rispetto ad altri paesi europei.

L’Italia non ha l'esperienza delle grandi potenze coloniali (non dico ex-coloniali perché secondo me la colonizzazione non è finita si è solo fatta un lifting, forse ha cambiato metodi; ma questo è un altro discorso).


Fino a poco più di 50 anni fa erano gli italiani gli immigrati, quelli che nessuno voleva e che tutti trattavano male.


Questo accadeva in un'epoca in cui la discriminazione non solo era accettata ma socialmente incoraggiata: I tristemente celebri pannelli “No irish, no jewis, no italians” in Belgio, il termine dispregiativo “rital” in Francia, i pregiudizi sull’appartenenza ad una qualsiasi organizzazione mafiosa, la disonestà ovvia di tutti italiani che venivano a rubare lavoro, stuprare le donne, corrompere usi e costumi locali, imporre le loro pietanze infestando interi quartieri con gli odori e sapori mediterranei.

Non vi dice niente? 


Si vede che siamo tutti sbadati, la memoria storica non ha voluto conservare questo traumatismo ed ecco che tutto si ripete, i maltrattati ora maltrattano in una perversa vendetta generazionale.

Mio padre mi ha spesso raccontato di come appena arrivato in Italia la gente lo fissasse con aria sorpresa, curiosa, a volte spaventata. 


Gli è persino successo di farsi fermare per strada da bambini affascinati o terrorizzati; gli accarezzavano il braccio, gli toccavano i capelli, gli grattavano la pelle – orrore - sconvolti da questo suo colore così inusuale che nell’immaginario collettivo di una piccola città di provincia dell'Italia degli anni '70 poteva trovarsi solo nella giungla sperduta dell’Africa, nelle esotiche megalopoli indiane o, ancora peggio,  rimandava alla sporcizia, qualcosa di quasi animale.


Si aspettavano con questo gesto così violento e irrispettoso di ritrovarsi dello sporco sulle mani come se sotto tutto quel nero ci fosse un uomo bianco che aspettasse disperatamente di essere lavato e riportato alla civiltà. 

Sono cresciuta con un mantra imposto dalla pedagogia piuttosto aggressiva dei miei genitori; che si è ripetuto ogni giorno in un angolo del mio cervello:

“Nella vita avrai sempre più ostacoli degli altri perché sei una donna, sei una donna nera in un mondo in cui essere nera e donna è di per sè un problema”.

Molto incoraggiante.

Per anni ho visto il mondo come un muro da scalare, ostacoli da attraversare, pieno di gente che mi avrebbe sottovalutato a vista, senza nessuna riflessione.

Nel loro discorso spesso contraddittorio i miei genitori mi hanno detto di essere fiera del mio corpo però vergognandomene, il mio aspetto era da difendere ma anche da nascondere, dovevo pavoneggiarmi delle mie origini ma restare discreta.

Voglio essere chiara: so che essere genitori non è facile.

I miei hanno fatto al meglio che hanno potuto con i mezzi che avevano - certo la violenza psicologica e fisica avrebbe potuto essere facilmente evitata – e per un trauma storico che credo sia evidente a tutti (colonizzazione, tratta degli schiavi...) sono stati cresciuti nella diffidenza dello Sconosciuto, dell'Uomo Bianco, del Francese e dell'Americano.


Sono stati educati nella luce di Allah, l'amore cieco e solenne degli antenati, il rispetto incondizionato dei genitori.

Hanno sempre coltivato il sacrificio di sé stessi nel nome del benessere della Famiglia.

Non potevano sapere cosa volesse dire avere dei figli in un paese, un continente, una cultura, una lingua, un colore, un popolo, un un'unità, una religione diversi da ciò che avevano sempre conosciuto.

I nostri genitori vivono in un paese che gli ricorda costantemente che non appartengono o che non sono a casa loro. Poco importa i decenni a volte trascorsi dal loro arrivo, gli sforzi per imparare una lingua nuova, la loro partecipazione all'economia e all’arricchimento culturale.

Spesso purtroppo passano una vita intera a sentirsi al posto sbagliato.

Volendo proteggerci, nella loro educazione questo sentimento si è trasmesso: nemmeno noi che qui ci siamo nati, siamo o saremo mai a casa.

Faccio parte di quelli che molti, troppi a mio personale parere, chiamano prima generazione di immigrati. Una categoria che non dovrebbe esistere, perchè questa terminologia é violenta e porta con sé esclusione per noi e negazione per gli altri. 

Non sono un’immigrata in Italia.


Questa è casa mia. 

Il colore della mia pelle, la forma dei miei occhi, la struttura dei miei capelli non fanno di me una straniera. 


Sono. Nata. Qui. 

Sono. Cresciuta. Qui. 


È normale che parli la lingua, conosca la cultura, la gastronomia, il dialetto, la storia. 


Quello che non è normale è che io debba continuamente, dalla mattina alla sera, giustificarmi del mio essere italiana con i miei connazionali bianchi.

Sono italiana. Sono nera.

Fatevene una ragione.

 
 
 

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