IMMAGINE NON TROVATA
- bousso benussi thioune
- 16 nov 2020
- Tempo di lettura: 4 min
Da piccola, come tutte bimbe della generazione anni '90 come si deve, avevo delle bambole.
Delle belle bambole.
Forse anche delle Barbie, non mi ricordo bene, quello che ricordo è che ad un certo punto ho iniziato a tagliare capelli, fare treccine.
Volevo poter fare come tutte le bimbe della mia età: dire che mi assomigliavano o che mi ricordava vagamente qualcuno della mia famiglia.
Volevo guardarle e ritrovare qualcosa che mi appartenesse, fosse anche un accenno.
La punta del naso, il colore degli occhi, la forma della bocca.
I capelli.
Sono cresciuta in un mondo in cui non esistevo.
Non esistevo alla Tv o nei media e se esistevo era per parlare di povertà, violenza, o di un mondo lontano e esotico che non avevo mai conosciuto.
Non esistevo nei libri, a teatro, al cinema e se esistevo era sempre un ruolo di spalla o di accompagnamento verso la realizzazione di altripersonaggi – bianchi.
Non esistevo nel gioco. Le bambole, i libri per l’infanzia, i personaggi dei lego, i cartoni animati, non mi rappresentavano.
Non esistevo nel mondo della moda: i prodotti per i miei capelli, per la mia pelle erano risultato di una caccia al tesoro o comunque impossibili da trovare nei supermercati e nei grandi magazzini.
I pannelli pubblicitari mostravano donne in cui non potevo riconoscermi.
E sinceramente non credo che nessuna potesse riconoscersi...
Non esistevo nelle sfere alte della società: le donne come mia madre potevano essere donne delle pulizie, badanti, infermiere nelle case di riposo.
Non ho mai conosciuto una dottoressa, un avvocato, un ingegnere, un architetto, un insegnante, un'impiegata in cui avrei potuto riconoscermi prima dei miei 20 anni.
Quelle poche che ho potuto incontrare mi erano sembrate eccezioni che confermavano la regola e probabilmente lo erano.
Sono cresciuta in un mondo che mi rinviava costantemente una specie di messaggio di errore : ero un’immagine non trovata nel sistema in cui vivevo.

Mi ci sono voluti anni per trovarmi bella al naturale senza artifici, coperture che mi rendessero più simile alle mie consorelle bianche.
Da adolescente ho passato ore a cercare di domare i miei capelli
“disordinati; strani; afro; selvaggi ma come fai a lavarli? ma come funziona? non ti fanno male? Come fai a pettinare?”.
Li ho lisciati, tagliati, bruciati, allungati, coperti, nascosti.
Ho fatto di tutto per somigliare e assimilarmi alla norma: un adolescente bianca con i capelli più lisci possibile.
Ricordo perfettamente il giorno in cui per la prima volta sono andata al liceo con dei capelli finti lisci e neri: lo sguardo degli altri è cambiato immediatamente, i ragazzi mi sorridevano, le ragazze popolari mi parlavano, la magia dell'effetto di massa mi ha reso famosa per 5 secondi.
E me li sono gustati tutti.
Un ragazzo che mi piaceva e che fino a quel momento mi aveva completamente ignorata è venuto a parlarmi con un sorriso da far svenire qualsiasi sedicenne degli anni 2000. (Si perdonatemi, la mia coscienza femminista ancora non s’era svegliata!) Mi ha detto guardandomi dritto negli occhi : “ stai molto meglio così, perché i capelli da nera non danno molta voglia”.
Signore e signori: cosa dovevo dire?
Ho fatto un sorriso ebete e durante una settimana disperata di perdere il mio nuovo status quo, non mi sono lavata i capelli sperando di mantenerli lisci e perfetti, abbastanza bianchi da dare voglia.
Insomma ero un’adolescente come tante.
Volevo piacere e avrei fatto cose stupide da adolescenti per piacere agli altri adolescenti.
Ma il problema è un altro.
Ancora una volta, il mio gruppo etnico aveva fatto sì che fossi imbottigliata in una categoria: non attraente.

Solo nei miei periodi di magrezza e snellezza, quando il mio corpo disturbava meno e i miei tratti si erano affinati ho cominciato ad avere relazioni amorose.
E anche allora, i miei capelli crespi erano nascosti da extension o dissimulati in
treccine lunghe.
Ci ho messo molti anni per riuscire ad amare la mia corona.
Ci ho messo molti anni per riuscire ad amarmi.
Punto.
Il fatto di non vedere donne come me rappresentate nella cultura di massa mi ha dato l’idea di non esistere all’inizio e di essere di “nicchia” più tardi.
Lo stesso vale per gli studi e la vita professionale: è stato andare a vivere in Francia che mi ha aperto gli occhi sulle possibilità che questo mio corpo nero poteva avere.
Quando mi chiedevano “cosa vuoi fare da grande” benché fossi molto ambiziosa e parlassi di giornalismo, immaginavo sempre una donna bianca al mio posto.
Non avendo mai visto altra realtà, la mia mente faticava a costruire una sovrapposizione che mi corrispondesse.
Ho avuto la prima dottoressa nera in Francia a 26 anni.
Ero così emozionata che l’ho raccontato alle mie amiche (nere), tristemente sorpresa che una tale realtà potesse esistere in Europa.
Alla Tv ci sono programmi presentati da tele conduttrici nere o di colore, giornali importanti, attualità, attrici.
Non dico che la Francia sia meglio sul piano razzista, ma sull’inclusione hanno un passo in più non c’è dubbio!
Le cose iniziano a cambiare, anche in Italia.
Vedo pannelli pubblicitari, personaggi che spuntano timidamente alla TV nazionale, prodotti al supermercato.
Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare!
La cosa triste in tutto questo è il fatto che ho interiorizzato la non rappresentanza a tal punto che sono sorpresa quando vedo una donna nera uscire da un tribunale come avvocato o giudice, lavorare per grandi aziende in quanto dirigente, insegnare, salvare vite.
Ora lo so. Perché lo vedo. Posso essere e fare davvero ciò che voglio.
Posso insegnare, scrivere per un giornale, lasciare i miei bellissimi capelli crespi liberi.
Posso innamorarmi e accendere desiderio essendo me stessa.
Posso sognare di fare grandi e belle cose.

Posso esistere nello spazio pubblico.
La mia immagine c’è.
Un po’ sfocata a volte, o mal posizionata.
Mi batterò per farla esistere ancora di più.
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