NON POTEVI CHIAMARTI ANNA?
- bousso benussi thioune
- 7 nov 2020
- Tempo di lettura: 2 min

Voglio parlare del mio nome.
Il mio nome viene dalla cultura dei miei genitori. Ha un significato religioso, etnico.
Il mio nome porta con sé la storia della mia famiglia, mi lega alle mie origini e ad una ripetizione ancestrale, alla vita di donne che non ho conosciuto ma che hanno forgiato il mio albero genealogico, all’omonima illustre che illumina noi tutte con il suo percorso di lotta e spiritualità.
Il mio nome non ha nessuna connotazione di genere in termini occidentali.
Il mio nome non assomiglia a nessun’altro intorno a me in Italia.
Anzi, si apparenta ad un verbo che in italiano apre le porte, apre le persone, apre le braccia.
E nonostante tutto, ecco che spesso, di fronte al suo suono di fronte al mio viso, la gente ha riso ha fatto facce infastidite da qualcosa di cosi strano, cosi diverso, così al di fuori dalla norma.
Ci ho messo una vita ad amarlo.
“Non potervi chiamarti Anna?”
Questa è la domanda che mi è stata fatta più di una volta.
Non potevi avere un nome pronunciabile, meno difficile, meno esotico. Più europeo, più bianco,?
Non potevi chiamarti Fatou?
È un nome che conosciamo, che abbiamo adottato. Vi chiamate tutte così, vi riconosciamo in questa sonorità.Vi sta bene, lo accettiamo.
Per anni ho rinnegato il mio nome.
Al di fuori di una cerchia molto stretta e sul lavoro, ero nota a tutti sotto uno pseudonimo, un nome inventato, due sillabe, un suono così generale che qualsiasi persona avrebbe potuto riconoscersi.
Bibi.
In francese, il mio soprannome significa letteralmente “chiunque”.
Per anni sono stata chiunque.

Il mio nome è diventato un’entità estranea, estranea nella bocca degli altri, l’ombra di una vita diversa in cui ero piccola e nulla potevo contro i commenti degli altri.
Quando incontravo per la prima volta qualcuno, davo il mio secondo nome, Diara o il mio soprannome.
Erano suoni dolci, facili.
Dicevo immediatamente, occhi alzati al cielo “il mio vero nome è difficilissimo da pronunciare”.
Ci sono persone che amo e che mi conoscono da anni e non conoscono il mio vero nome.
Mi sono creata una persona, una storia, una vita con questo soprannome.
Le parole della mia gioventù mi sono rimaste talmente ancorate dentro che ho finito per rinnegarlo.
Quel nome è difficile e difficile è la vita della persona che lo porta.
Quel nome è presa in giro, facce strane, suoni di scherno, sgridata dai genitori.
Mi sono cancellata.
E so che non sono sola.
Quella frase, quello sguardo, tenetevelo per voi.
Non chiedete ad una bambina o un bambino di giustificarsi per la loro stessa identità.
Non mettete nessuno nella posizione di sentirsi scomodo di fronte a cio' che abbiamo di più intimo.
Anche il vostro nome é straniero e strano da qualche altra parte.

Il mio nome è la mia identità.
Bousso. Mame Diara Bousso.
Pronuncialo, leggilo, fai lo sforzo, imparalo.
Riconoscimi.
Rispettami.
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