DIVENTARE MADRE
- bousso benussi thioune
- 4 nov 2020
- Tempo di lettura: 5 min
Nessuno ti prepara abbastanza.

Non sarai mai pronta. Te lo giuro.
Puoi immaginare questo momento milioni di volte, sognare di ogni piccolo dettaglio, aggiustarlo a seconda del tuo umore o dal momento in cui ti passa per la testa.
Io, per esempio credevo di piangere di gioia. Devo ammettere di essere abbastanza cliché, mi immaginavo piena di emozione, andare ad annunciare ad un uomo che non esisteva che la nostra piccola famiglia finalmente stava cominciando.
Immaginavo di ridere e piangere e tutto l'ambaradan, i brillantini e i cuoricini come nei film.
Eh beh non è andata così.
In verità lo sapevo: la chiamata alla famiglia, l’emozione miei fratelli e di mia sorella, dei miei genitori...sapevo che non avrei avuto tutto questo.
Bisogna dire che sono partita male: ho avuto l'arroganza di proporre un uomo bianco a mia madre - una donna che ha l'elasticità mentale e la tolleranza religiosa di Al Qaida - ovviamente non ha avuto grande successo; anzi posso dire che è stata proprio una catastrofe.
Ho perso la mia salute mentale, il mio lavoro, le mie ambizioni, mesi in clinica psichiatrica e probabilmente anche un bel pezzo della mia dignità.
Devo dire che avere un bambino dopo tutto questo non era nella mia Top Ten.
Già ritrovare la fiducia in me stessa e avere un lavoro stabile sarebbe stata una bella vittoria.
Ma perché sognare.
Ero appena stata diagnosticata bipolare dopo quattro anni di violenza psichiatrica durante i quali mi avevano utilizzato come cavia da laboratorio annebbiandomi il cervello con una quindicina di medicinali antidepressivi diversi.
Insomma dopo anni di pensiero suicida e tentativi concreti che come potete ben constatare non hanno funzionato, avevo finalmente accettato l'idea di rimanere in vita. Quindi dovete capire che l'idea di ospitarne un'altra nel mio corpo mi sembrava un parossismo al limite del ridicolo.
Intendo sottolineare la negligenza di certi medici perché nessuno mi aveva detto che la pillola combinata al litio - e apparentemente anche all’antibiotico mie care signore – ha una funzione contraccettiva pari ad una tic tac.
Insomma dopo una settimana insonne, seni doloranti e una mutanda sempre Immacolata - mentre mi aspettavo di avere le cascate del Niagara - mi sono decisa a farlo: ho fatto pipì sul famoso bastoncino!
Erano le 7:00 del mattino e ho visto la linea viola disegnarsi pian piano, più diventava scura più una caterva di domande sfilavano nella mia testa.
Eh ma come glielo dico. A chi lo dico. Come faccio col lavoro. Come faccio – punto.
Troppa roba.
Ho deciso di fare la cosa che so fare meglio: ignorare il problema.
Ho tirato lo sciacquone, avvolto il bastoncino e la sua scatola in una quantità di carta igienica tale che avrei potuto farci la mummia di Tutankhamon, ho buttato tutto nell’immondizia.
Fatto. Risolto!
Ovviamente ho affrontato la situazione poi eh; questione pratica.
C'ho messo un po' di tempo ad accettare quello che mi stava succedendo.
Per strada osservavo con aria perversa le donne incinte, i neonati nelle carrozzine.
All'epoca lavoravo in un centro accoglienza per l'infanzia - una sorta di asilo nido per bambini un po' sfortunati - ironia della sorte!
Guardavo i bambini con curiosità nuova, quasi scientifica, analizzando i loro movimenti, la maniera in cui si aggrappavano ai mobili per spostarsi piano piano prima di cascare sui loro pannolini pieni.
Mi attardavo sul viso rotondo e bellissimo dei bambini delle coppie miste, immaginavo la mia bambina - ero sicura che sarebbe stata una femmina - le disegnavo i lineamenti nella mia testa.
E poi è cominciata la lunga attesa. Nove mesi. Sono lunghi nove mesi.

Il fatto è che in quanto donna c’è una pressione sociale che stipula l’obbligo di essere felice e di mostrarlo che sei felice quando sei incinta. Niente tristezza, non fa bene al bambino!
Il dolore, lo stress, i dubbi, l'alienazione... “è tutto per la buona causa!”.
Mostrare una minima visione negativa può significare che sei una donna difettosa, una madre indegna... Eh beh cazzarola... non ero messa bene.
Cosa vuoi che siano nove mesi in una vita! Spesso ho sentito queste parole e ancora più spesso dalla parte di uomini e donne senza bambini. Parole che mi hanno perseguitata durante tutta la gravidanza.
Nove mesi sono lunghi. Molto, molto lunghi.
Sono almeno 60 giorni di angoscia, la paura di un aborto spontaneo
Almeno due stagioni, forse tre
Centinaia di docce
Un numero ridicolo di punture, analisi del sangue, viaggi all’ospedale
Almeno tre ecografie
Un sacco di ormoni
Sono ore e ore di chiamate telefoniche
Giorni di dolori inesplicabili in parti del corpo che ti erano sconosciute fino a quel momento
Vuol dire chiedersi continuamente se ce la farai
Sono tantissimi sorrisi forzati
Perché devo dirlo: No non è stato il miglior momento della mia vita.
Mi sono sentita sola. Una solitudine sorda e glaciale, una sensazione fluida e costante a volte così potente che ho avuto impressione di affogarci.
Durante questi mesi in cui il mio corpo si è trasformato in una busta e ho perso tutt’autorità su di esso, la solitudine è stata la mia migliore compagna.
Si è insinuata in reazione all’atteggiamento della mia famiglia scandalizzata per questo bambino concepito nel peccato.
Ha inscritto residenza fissa quando ho iniziato a mostrare uno strano sorriso meccanico ogni volta che qualcuno mi ha detto “Oh come ti sta bene essere incinta” oppure “Questi sono momenti preziosi, poi vedrai...!” e altre considerazioni molto affascinanti.
Dovete fare astrazione dalla mia avversione per la gravidanza e l’amore per la mia bambina.
Non è che non abbia mai voluto diventare madre.
Direi tutto il contrario.
Primogenita di quattro figli, sono cresciuta in mezzo ai bambini e ho sempre desiderato averne; ci pensavo però come ad una concretizzazione della mia vita futura. Più tardi.
Quando sarò grande. (Sono diventata mamma a ventinove anni. Non so quanto “grande” fossi già)
La fede al dito, una carriera in piena, la successione logica delle cose eh, non chiedevo niente di speciale.
Lo so.
La mia vita è stato un succedersi di situazioni assurde dovete quindi perdonarmi il mio romanticismo un po' gne-gne.
L'ho amata subito.
Il mio corpo è stato il primo ad amarla, le settimane precedenti il celebre episodio “pipi-sul –bastoncino" sono stata di una salute e igiene di vita sorprendente: niente alcool né sigarette occasionali, tanto riposo, come se in un certo senso lo sapessi già.
L'ho amata in maniera feroce, viscerale, assordante.
Le ho parlato dall'inizio, mi accarezzavo il ventre e le raccontavo le mie giornate, le mie angosce, i miei dubbi, le mie voglie.
Le raccontavo le mie promesse
Esserci sempre per lei. Non giudicarla mai. Mai. Essere la mamma che avrei voluto avere
Lo pensavo prima, ne sono convinta adesso: essere madre è naturale, essere mamma si merita
La prima volta che ho visto il suo corpicino muoversi sullo schermo dell'ecografista tutto si è fermato. Il tempo. I pensieri. Il mio respiro.
Era veramente lì.

La mia vita mi ha insegnato a non aspettarmi mai cose positive
Non avevo idea della felicità quasi preoccupante che avrei provato vedendola.
Ho avuto paura.
Mi vergogno un po' ad ammetterlo ma fino alla fine una parte di me continuava a ripetersi che mia figlia non sarebbe mai arrivata. A volte ne ero profondamente convinta: stavo per mandare tutto a quel paese; il mio corpo non poteva farcela, mi avrebbe tradita come aveva sempre fatto fino ad ora.
Non preoccupatevi: la mia bimba è qui con me. Riempie tutta la mia esistenza.
Mio solenne compito è quello di riempire la sua.
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