FACCIO DA SOLA
- bousso benussi thioune
- 28 nov 2020
- Tempo di lettura: 2 min

Più di una volta ha notato i suoi comportamenti strani.
Le aveva chiesto se a casa andasse tutto bene, lei aveva sempre risposto con un sorriso.
Ma non poteva essere vero.
Qualcosa c’era.
Devono andare a vedere un film al cinema.
Appuntamento alle quattro sotto casa sua, come sempre.
Alle quattro e un quarto ancora niente.
Le manda un paio di messaggi, si sarebbero perse i trailer, dov’era?
Prova a suonare alla porta, nessuna risposta.
Il cellulare squilla a vuoto.
Dopo una ventina di minuti decide di provare ad entrare, sa che tiene una chiave nel vaso di fiori fuori alla porta.
La trova.
Apre il portone d’ingresso e sale le scale.
Suona ancora una volta prima di entrare, per essere sicura.
Magari si è solo addormentata.
O si sta facendo la doccia.
O se ne è dimenticata.
Ti prego, fa che se ne sia dimenticata.
Qualcosa cade, si rompe.
Sussulta, e si accorge di mantenere il fiato.
Solo quando qualcosa di brutto sta per accadere si trattiene il fiato.
Avanti, respira di nuovo!
Respira e non accadrà niente.
La chiama.
Avanza nel corridoio che sembra farsi più scuro ad ogni suo passo.
Non è il momento per un attacco di panico.
Arriva alla porta della sua stanza,socchiusa.
Sussurra ancora il suo nome, aprendo la porta.
Lei è seduta sul letto,e la guarda.
Ha le mani in grembo e tremano.
Le chiede che cosa sia successo.
Lei sorride.
Niente, dice.
Le siede accanto.
Le chiede dove sia lui.
Lei sorride ancora.
Le stringe la mano e si porta l’indice alle labbra.
Si alza e le fa segno di seguirla.
Allora trattiene di nuovo il respiro.
Non vuole andare con lei.
Non vuole sapere.
Le mormora che dovrebbero sbrigarsi possono ancora farcela per la proiezione delle cinque e mezza.
Lei la guarda come se avesse detto qualcosa di stupido.
“Amica mia, noi non andremo al cinema oggi”.
Anche lei parla a bassa voce.
Solo i segreti si sussurrano all’orecchio.
Ma non vuole segreti.
Avanzano lentamente verso il salotto, guarda le foto appese ai muri del corridoio, tutte quelle facce sorridenti.
Tutto quell’amore.
Ha i brividi.
Si ferma davanti all’entrata, non vuole esserci lì dentro.
Ma lei la tira dietro con una presa decisa.
Devi vedere, sembra dirle.
E vede.

La sedia a terra. Il vetro del mobile in frantumi.
Quando lo vede, gli occhi sbarrati e vuoti, si accascia a terra in ginocchio.
“Cosa hai fatto”.
Lei sta piangendo, ma sorride.
Le dice che lui non voleva lasciarla uscire.
Il film sarebbe finito troppo tardi.
“Quindi l’hai ucciso?”.
Anche lei inghiottisce una lacrima, e si morde il labbro dopo aver pronunciato quelle parole.
Lei cerca di avvicinarsi, ma indietreggia istintivamente.
Lei diventa improvvisamente seria.
Le dice che non c’è ragione di aver paura.
“L’hai ucciso!”.
Lei lo guarda, piangendo.
Le dice che se lo meritava.
Si sfila il maglione.
E vede.
Vede lui che la strattona per il braccio, vede i colpi sulle costole, vede tutti i litigi e tutte le botte.
Si porta le mani al viso, le gira la testa, la manca l’aria.
Lei non si muove. Le dice solo di calmarsi.
“Perché non mi hai detto niente!”.
Lei le dice di non gridare.
Perché tanto non serve, non viene mai nessuno.
Non è mai venuto nessuno.
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